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martedì, gennaio 06, 2009

Concorso Fotografico "Io Fotografo & Vinco": I vincitori

Il concorso fotografico "Io Fotografo & Vinco" è terminato. Tra le circa 850 foto postate nel sito della rivista "Io fotografo e Video" nell'apposita sezione sono state scelte le 11 più votate:

1° Premio

Utente: Taglia
Voti: 31





2° Premio

Utente: Tomas74
Voti: 30





3° Premio

Utente: Joeroller
Voti: 24








4° Premio


Utente: Pitch
Voti: 21








5° Premio

Utente: Gessa
Voti: 18





6° Premio
Utente: Alebrini
Voti: 17
postata il 30 ottobre 2008 ore 19:31




7° Premio

Utente: Pierozzig
Voti: 17
postata il 31 ottobre 2008 ore 20:51



8° Premio

Utente: Manni_75
Voti: 17
postata il 1 novembre 2008 ore 11:39




9° Premio
Utente: Alessandro
Voti: 16
postata il 29 ottobre 2008 ore 20:20




10° Premio

Utente: ValeriaRandazzo
Voti: 16
postata il 1 novembre 2008 ore 00:11




11° Premio

Utente: Dafank
Voti: 16
postata il 15 novembre 2008 ore 22:32





I Premi:

1°Classificato: Un master di fotografia della Libera Accademia di Belle Arti - Firenze - del valore indicativo di 5.800,00 euro.
Il master prevede sei mesi di lezione ed include un portfolio completo professionale; una tesi accademica con la supervisione di un consigliere della LABA ed un programma lavorativo/studio in un museo, galleria o un laboratorio fotografico. Gli studenti devono concludere tutti i seguenti corsi per ottenere il certificato Post Laurea della LABA.
Per accedere al Master sarà richiesto almeno uno dei seguenti requisiti: a) diploma di Accademia di Belle Arti; b) laurea breve in discipline attinenti alla fotografia; c) laurea di specializzazione in discipline attinenti la fotografia.
2°Classificato: Un corso di specializzazione biennale sulla fotografia della Libera accademia di Belle Arti - Firenze - del valore indicativo di 3.100,00 euro. Il corso inizia a Novembre e si conclude a giugno per un totale complessivo di circa 400 ore all'anno. A conclusione del percorso viene rilasciato un Diploma di specializzazione della LABA. Gli allievi devono sostenere nell'arco del biennio non meno di 12 esami.
3°Classificato: seminario di fotografia tenuto dal prof. Frank Dituri (docente alla Long Island University di New York) a Firenze della durata di otto lezioni di tre ore ciascuna. Le prime quattro lezioni avranno luogo in Novembre/Dicembre e le ultime quattro in Maggio/Giugno, con la presentazione finale del portfolio. Valore indicativo di 1.500,00 euro.
4°-11°Classificato: un workshop di n. 10 incontri a cadenza settimanale della durata di due ore ciascuno presso il Centro Internazionale di Fotografia di Milano. Valore indicativo di 300,00 euro cad.

lunedì, dicembre 15, 2008

Mamiya C220

lunedì, novembre 03, 2008

Rassegna collettiva fotografica "Nuovi Autori"

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sabato, novembre 01, 2008

Meandri morali

mercoledì, ottobre 01, 2008

domenica, settembre 21, 2008

Canon 5D Mark II: fotografia full frame e video 1080p

Svelati i dettagli della nuova reflex di Canon, disponibile da fine novembre: sensore CMOS full frame da 21.1 MP, processore DIGIC 4, sensibilità estesa fino a 25.600 ISO e registrazione di video 1080p a 30 fps in H.264 con audio in PCM

Se Nikon ha per prima introdotto una reflex digitale capace di registrare video 720p (la D90), Canon rilancia con la EOS 5D Mark II, un prodotto di chiara impostazione professionale, dotato di sensore CMOS a pieno formato ed in grado di riprendere filmati in 1080p a 30 fps.

Il CMOS, delle stesse dimensioni di un fotogramma di pellicola 35 mm, offre 21.1 MP di risoluzione e consente un controllo della profondità di campo maggiore rispetto alle camere con sensore più piccolo, oltre a rispettare la lunghezza focale degli obiettivi utilizzati. A protezione del CMOS, un sistema di rimozione della polvere completo di trattamento al fluoro sul filtro passa basso.

Il cuore della camera è il nuovo processore DIGIC 4 con conversione A/D a 14 bit: oltre a consentire una velocità operativa maggiore e a realizzare raffiche di scatto fino a 78 immagini in JPEG al ritmo di 3.9 fotogrammi al secondo, il processore di Canon permette l'elaborazione delle immagini a basso rumore, gestisce la correzione automatica della vignettatura e la modalità AF con Face detection in Live View.

La fotocamera offre un range di sensibilità pari a 100-6400 ISO, espandibili a 50, 12.800 e 25.600 ed è dotata di sistema autofocus a 9 punti, più 6 invisibili di assistenza; i tre punti centrali, posizionati all'interno dell'area spot (che misura il 3.5% del frame), hanno una sensibilità di f/2,8. La macchina monta un display LCD da 3 pollici con 921.000 pixel di risoluzione ed angolo visuale di 170 gradi ed offre un rinnovato sistema di menu con Quick control scene, per accedere rapidamente alle funzioni di uso più frequente. Sul fronte delle connessioni, spicca un'uscita HDMI mini ed un ingresso minijack per microfono esterno, utile per registrare audio in presa diretta quando si girano filmati.

Il corpo, compatto per una macchina pro, è realizzato in lega di magnesio e ospita guarnizioni per proteggere i componenti da polvere ed umidità: il peso è di 810 grammi per 152x113.5x.75 mm di dimensione.

La Eos 5D Mark II, da tempo attesa sul mercato, segna quindi più che un'evoluzione della precedente Eos 5D e apre nuove possibilità di lavoro per fotografi professionisti e reporter: sarà disponibile a partire da fine novembre al prezzo indicativo di 2.658 euro iva inclusa.

[Articolo tratto da Tuttodigitale.it]


giovedì, luglio 31, 2008

Aforisma del giorno



















"C'è gente che vede la foto - che so? - di una bella ragazza e dice: "Che bella foto!". Capito che fesseria?"
[Letizia Battaglia]

sabato, luglio 19, 2008

La mia nuova fotogallery















Dafank's photogallery si rinnova con nuova grafica e nuove immagini.

http://www.dafank.it/home.html


martedì, giugno 17, 2008

domenica, maggio 11, 2008

Close Up














Canon Eos 400d - Sigma 105mm f2.8 Macro - 1/50 sec f2.8 Iso 400 Manuale

venerdì, aprile 04, 2008

Il terzo occhio del fotografo cieco

È nato in Slovenia 59 anni fa, parla sei lingue, vive a Parigi. Evgen Bavcar è un famoso fotografo d’arte ma ha perso definitivamente la vista quando aveva dodici anni.
“Non
chiedetemi come faccio ma perché lo faccio... le immagini non le fa la macchina, sono la materializzazione di un’idea, di un desiderio... l’immagine alla fine ci viene dal buio dell’ignoto”


Amore rosso
L’ultima cosa che ho
visto è sta
ta la gonna
rossa di una ragazza e la

stella sul berrett
o dei
soldati. Mi piace il rosso





Arpa nel vento
Ho toccato i capelli di
una donna: come u
n’arpa
sostenuta dal
vento. Ho
sfiorato la
sua bocca: una
ciliegia a maggio


Parigi


O
cchi azzurri. Dice: «Attenzione al gradino». Cappello nero. Indica: «Il bar è dell’altra parte della strada». Sciarpa rossa. Invita: «Questo è un bel posto per sedersi». Sembra il ritratto di Aristide Bruant nel quadro dipinto da Toulouse-Lautrec. Cammina spedito anche sulle scale. Si scusa: «Il mio appartamento è grande come un armadio». Una stanza piena di cartelle, di buste, di libri.

Alle pareti piccoli specchi. Una confusione, ma ordinata.
«Si sposti, le devo far vedere una cosa sul secondo scaffale».
Tocca e trova, lui. Evgen Bavcar ha 59 anni, è un fotografo d’arte famoso. Ha ritratto le attrici Hanna Schygulla, Kristin Scott Thomas, lo scrittore Umberto Eco, ma si è anche dedicato ai paesaggi. Parla benissimo e in maniera colta un misto di lingue. «Sono nato a Lokavec, in Slovenia, a 27 chilometri da Gorizia. Imiei genitori, austriaci, nel ’18 sono diventati italiani e nel ’45 jugoslavi. Mio padre è morto, soldato a Kiev, avevo sette anni. Mi sono laureato in filosofia a Lubiana, e ho un dottorato ottenuto alla Sorbona con una tesi sull’estetica in Adorno e Bloch. Ho studiato e parlo tedesco, croato, francese, ita
liano, spagnolo e da autodidatta il portoghese. Il mio sogno è andare a Napoli, fotografare ragazze stupende, mettermi i loro ritratti in borsa e passeggiare davanti al museo di Capodimonte in attesa di essere scippato. L’idea che la bellezza venga rubata e acquisita la trovo una performance artistica notevole».


Il buio poco a poco

Bavcar è un ossimoro. Fotografa, ma è cieco. Vede, ma vive nel buio. «Ho perso definitivamente la vista a 12 anni, dopo due incidenti. Prima mi ha ferito un ramo d’albero, poi un detonatore abbandonato. Da bambini giocavamo con fucili e armi, il fronte dell’Isonzo, della prima guerra mondiale, è stato il nostro campo giochi. La tragedia dell’Europa centrale è sotto i nostri piedi, i cimiteri sono la comunità europea sotto la terra». Il buio non è arrivato all’improvviso, ma poco a poco, la luce si è spenta lentamente, e tutto è stato più struggente. Non c’è nulla come il tramonto per capire come il tempo porta via le cose. «L’ultima cosa che ho visto è stata la gonna rossa di un ragazza e lastella sul berretto dei soldati, forse per questo mi piace tanto il rosso». Tira fuori la stella dalla tasca, il suo lecca-lecca, gusto nostalgia. Dice, senza sospirare: «Per me la pittura ha gli occhi chiusi». Racconta una favola: «In un villaggio di ciechi arriva un elefante. Alla sera, di fronte al fuoco ognuno descrive l’elefante. Chi ha toccato il naso dice: è come un lungo tubo. Chi ha toccato le orecchie: è come un tappeto. Chi ha toccato una gamba: è una colonna. Ognuno ha una versione diversa per quello che ha toccato. Anche noi siamo così: tutti ciechi di fronte all’universo.

Quanti veramente vedono?».

Una sua mostra si intitolava Il terzo occhio. Quello interiore: l’occhio del cervello, dell’immaginario, dello spirito. «Alcune donne, prima di essere fotografate, mi chiedono: sono bella? Io porgo loro questo specchietto e rispondo: guardati. La gente vive con i fantasmi. La notte è il luogo della nascita della luce: Eros e Psiche hanno vissuto nel buio, poi Psiche cercando la luce ha tradito. Io sono in quel buio arcaico e originale».

Molte immagini di Bavcar sono paesaggi notturni: una strada che si perde nel bosco, una città anonima, di notte, dall’alto, un cancello nel quale uno stormo di rondini è bloccato dalle inferriate. «Quand’ero bimbo associavo la luce del giorno con il volo delle rondini». Ci vuole astuzia contro il mondo, se sei cieco. «Se non avessi una cultura filosofica e psicanalitica non potrei difendermi. I ciechi nel mondo sono fragili, non hanno diritto all’immagine.

Quando fotografo devo ricordarmi di pulire sempre il vetro dell’obiettivo, nessuna macchina è fatta per i ciechi, ho messo delle tacche, bisogna trovare e darsi dei riferimenti che aiutino a sconfiggere il buio. E ora ho una causa in Slovenia per un documentario con il mio nome, che io non ho autorizzato».

Al buio si perde la memoria di cosa vuol dire correre: «Me ne sarei dimenticato se alcuni bambini non mi avessero domandato un giorno perché cammino così lentamente». Poi si perde lo spazio: «Si è ristretto, devo toccarlo per conoscerlo o sottrarlo al suo rumore». Poi la spontaneità: «Vado sempre negli stessi posti, precisi come luoghi geometrici, mentre ho spesso la voglia di perdermi in una foresta di cui non conoscerei i sentieri». Poi si smarrisce la musica: «La amo e la detesto. Quando penso che hanno voluto farla passare per la sola felicità dei ciechi, mentre era in realtà la loro unica possibilità di esistenza sociale. Ci hanno dato una cosa, che già avevamo». Quella che non si perde è la rabbia: «I cristiani hanno duemila anni di storia, eppure non mi risulta abbiano mai nominato un parroco cieco, i buddisti devono ringraziare una signora tedesca che è andata a Lhasa e ha tradotto in braille il sanscrito. Io non critico la religione, a me interessa il divino.

Ma devo parlare con un teologo per affrontare il tema dell’handicap. Io credo che quando Dio ha fatto il mondo era tutto troppo perfetto e ha dovuto creare la morte. L’handicap la ricorda. La morte inevitabile dello sguardo fisico è il cieco. Il protestantesimo si è evoluto e ha le donne pastore, spero che un cieco un giorno sarà rabbino».


Toccare per capire


Chiama nomi di donna: Isabel, Chantal, ma c’è anche Pascal. Sono i nomi che ha dato alla tecnologia che lo assiste: la macchinetta che traduce i colori, la bilancia che parla, l’orologio che dice l’ora, il termometro che avvisa della temperatura, il computer che legge i messaggi. «L’astronomia mi interessa perché è una materia dove ogni vedente è cieco e ogni cieco è un po’ vedente. Queste macchine che vanno sui pianeti sono moderni bastoni da ciechi, mandano segnali più perfezionati, ma anche loro devono toccare per capire.

L’immagine alla fine ci viene dal buio dell’ignoto. Una volta se lo schiavo guardava verso l’alto veniva ucciso, tutti abbiamo bisogno dell’invisibile».

Chiede: posso fare una foto? Sicuro, c’è bisogno di spogliarsi? «No, andiamo in terrazza». Un suo libro si intitola Le voyeur Absolu. Bel doppio senso, perché «voyeur» significa «guardone», anche e soprattutto in francese.

Bavcar fotografa nudi,ma solo di donne. «E non mi piacciono quelle con i capelli corti, perché assomigliano ai militari. Niente uomini, non ce la faccio. Gli uomini fanno la guerra, gli uomini mi hanno fatto male. In Germania quando un rabbino ha saputo che ritraevo donne nude mi ha detto: “Questo è grave”. Ma non sono foto alla Cicciolina, guardi qui sul computer, questa mia amica brasiliana». Evgen, ma che corpo ha la sua amica? «Oddio, magari l’immagine è capovolta». Sì, allora torna.

Bacar vi mette una mano in testa, vi tocca il mento, poi si allontana e scatta.

Vi chiede anche com’è il tempo, cosa vedete, cosa sentite. «Grazie, per non aver chiesto. È una vita che mi tormentano con la domanda: come fai? Ma chiedetemi: perché lo fai? Visione, cecità, invisibilità. Scoprire il piacere di possedere qualcosa che gli occhi non hanno inquadrato, ma la mente sì. Non considero la fotografia un pezzo di realtà, sono più vicino a Man Ray. La cecità fisica non può essere simbolica, c’è la capacità di vedere e il desiderio di vedere. Scatto in rapporto ai rumori, ai profumi e soprattutto in relazione alla mia esperienza della luce. Quando scatto, dico sempre: io non ti vedo, ma ti faccio vedere agli altri... Poi scelgo le foto facendomi consigliare da amici con lo sguardo libero e da mia nipote Veronica. L’ha scritto anche Lacan: amare è dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non lo vuole. Io lavoro con l’autofocus e con gli infrarossi, perché il buio è lo spazio della mia esistenza, un’altra forma della luce. La mia prima macchina è stata una Zorki sei, una Leica comunista, regalo di mia sorella. Mi sarebbe piaciuto ritrarre Brigitte Bardot, l’avrei baciata sulla bocca, Marlon Brando e Liz Taylor. Davanti a Vittorio Gassman ho sentito la forza del suo spirito».

Le foto sono strane, magiche, giochi di contorni luminescenti contro sfondi scuri. Un’atmosfera surreale un po’ alla Zavattini. Sembrano dire: così vedono i ciechi, nel modo in cui si sfiora un fiore. O forse siamo sempre lì: abbiamo fatto dell’arte di vedere il mestiere della nostra vita, ma la realtà ci sfugge, e i sentimenti rendono più confusa la nostra visione.

Saramago, nel suo romanzo Cecità scrive di un’epidemia che fa sprofondare nelle tenebre la popolazione di un paese immaginario, e proprio nel mondo delle ombre i protagonisti scoprono aspetti sconosciuti di se stessi e del mondo che credevano di conoscere.

Bavcar insiste: «Impedire a me di fotografare perché sono cieco significherebbe affermare che le immagini le fa la macchina, e non la materializzazione di un’idea, di un desiderio. Un giorno il destino mi ha portato una donna, un amico mi ha chiesto di descriverla. Ho

toccato i suoi capelli e ho pensato: è come un’arpa sostenuta dal vento. Ho accarezzato il suo volto: un orologio, rotondo, preciso, perfetto. Ho sfiorato la sua bocca, una ciliegia nel mese di maggio». Nessuno di noi vede mai tutto.

Bavcar è stato anche in un altro tipo di buio, disperato e infernale. «Nell’anniversario della liberazione dei campi di concentramento sono andato con un mio amico, invalido di guerra, Boris Pakor, 91 anni, scrittore, a Struthof in Alsazia. Toccare il forno, per me è stato terribile. Lui mi ha sussurrato: io qui ho portato i cadaveri. In quel momento lui mi ha dato un’autorizzazione etica a fotografare. Sono tornato al campo di notte, ma le due ragazze che mi accompagnavano non ce l’hanno fatta, sono scappate. È dai lati più oscuri della terra che bisogna cercare la luce. Perché comunque anche se debole e fragile una luce c’è sempre. Di mattina mi hanno portato a pranzo, lì vicino. “Non posso”, ho detto.
Si sogna ad occhi chiusi. Si ritorna nei luoghi visti, senza poterli più vedere.
Bavcar guarda e ti guarda. Occhi azzurri. La vita è carogna, come la nostalgia.
Allora capisci: la luce si perde, ma non si dimentica. Evgen, per favore, scatta.

[ La domenica di Repubblica del 20 febbraio 2005. Articolo di Emanuela Audisio]

Il sito di Evgen Bavcar




mercoledì, gennaio 10, 2007

I grandi clic della Storia nel museo. Il Getty approfitta dell'avvento del digitale.


L'istituzione fa incetta delle foto che raccontano il '900: è anche un business. I prezzi sono bassi e il momento è propizio: molti archivi vengono svuotati

L'ESECUZIONE sommaria di un vietcong non lontana da una crocifissione medievale. Il miliziano morente di Capa, il bonzo vietnamita in fiamme, sotto lo stesso tetto di un marmo ellenistico. Le immagini del "dolore degli altri", le dure e crude icone della storia entrano nei musei. Non più solo per iniziativa di quelli più eccentrici come il Warhol di Pittsburgh, con le sue coraggiose esposizioni delle foto di linciaggi del Ku Klux Klan o delle istantanee delle torture di Abu Ghraib. E' il prestigioso, austero Getty Museum di Los Angeles a rompere con determinazione il muro invisibile che teneva lontane le fotografie di reportage, col loro pesante carico di realtà, dal sistema dell'arte canonizzata e sacrale.

Nella sua onnivora (e spesso controversa) politica di acquisizioni, "The Getty" ha cominciato di recente a includere gli originali di celebri scoop visuali del fotogiornalismo novecentesco. Con una certa attenzione per quelli che colgono la morte in diretta. Inaugurò la serie, nel 2003, proprio la foto del monaco buddista Quang Duc immolatosi per protesta nel 1963 davanti all'obiettivo di Malcom Browne, fotografo dell'Associated Press.

In realtà da oltre un secolo la fotografia ha sfondato le porte dei musei: cominciò nel 1893 la Kunsthalle di Amburgo con un lungimirante acquisto di bromolii pittorialisti, poi negli anni Venti fu il Metropolitan di New York ad acquisire i capolavori dei nuovi secessionisti americani.

Lo stesso Getty possiede migliaia di foto d'autore, ritratti, paesaggi, still life. Ma il destino di quelle immagini curatissime e trasudanti volontà d'arte era già in partenza il museo. La foto di reportage invece ha sudato la sua gloria sui catramosi inchiostri dei rotocalchi. Certo, anch'essa talvolta ha conquistato il "diritto di cornice": ma finora solo in spazi appositi, gallerie e musei specializzati. Persino il MoMa, pioniere nell'attenzione alla fotografia, si limitò a una sola incursione nella foto di cronaca, nel '73, trattandola più o meno come un'arte involontaria.

Eppure ai lettori quelle foto non piacevano solo sulle pagine patinate. Al massimo del successo, Life aprì una galleria a Manhattan, e l'agenzia Magnum, olimpo dei fotoreporter, offriva in vendita stampe numerate. Il momento di spostare il confine tra arte e documento doveva pur arrivare. E' arrivato.

"Non avrei pensato di acquistare queste immagini trent'anni fa", ha confessato al Los Angeles Times lo storico curatore del Getty, Weston Naef.

Il momento è tecnicamente propizio: costrette dalla rivoluzione digitale a riconvertire i propri archivi, le grandi testate si liberano a buon prezzo di pacchi di foto originali, e i grandi musei ci si tuffano. Nessuno degli acquisti del Getty è costato più di 15mila dollari, cifra ridicola per un pezzo da museo. "In realtà noi italiani siamo molto più avanti nella tutela del patrimonio fotografico", commenta Gabriella Belli, direttrice del Mart, il dinamico museo di Rovereto che ha un'attenzione particolare alla fotografia, "ma abbiamo meno coraggio di esporlo".

Nell'oceano della memoria fotografica del ventesimo secolo occorreva comunque fare scelte precise, e quelle del Getty sembrano dettate da criteri inediti. Non conta sempre la fama dell'autore: Boris Yaro, fotografo del turno di notte del LA Times, è un nome sconosciuto rispetto alla fama del suo scatto di Bob Kennedy morente sul pavimento dell'Hotel Ambassador. Neppure conta la bellezza dell'immagine: uno degli ultimi acquisti del Getty, il fotogramma più impressionante del film amatoriale di Abraham Zapruder da Dallas, quello in cui il cervello di John Kennedy schizza via colpito dal proiettile di Lee Oswald o di chissà chi, è mosso e sfocato. Forma e firma, i due pilastri dell'aura di ogni opera d'arte, cedono dunque di fronte a un requisito squisitamente fotografico: lo shock dell'attimo fatale, irripetibile, unico, l'emozione della Storia congelata in icona.

I critici radical arricciano il naso di fronte alla museificazione della foto di reportage: separate dal contesto, incorniciate e appese, le foto diventano "stazioni di una distratta passeggiata con gli amici", ha scritto Susan Sontag. La storia sterilizzata nel museo perde la sua forza? Qui sembra avvenire l'opposto: il museo in cerca di identità chiede forza all'emozione delle fotografie, quelle che hanno plasmato la coscienza storica, politica, morale del secolo dell'immagine mediatica. "Non sopporto quelle maledette mostre con le cornicette sul muro", imprecava un grande fotoreporter, W. Eugene Smith, "con le foto da guardare come pezzi d'arte. Io voglio che siano pezzi di vita". Forse è proprio un'iniezione di vita che cercano i musei del terzo millennio.

(di MICHELE SMARGIASSI, LaRepubblica.it , 9 gennaio 2007)

lunedì, dicembre 18, 2006

Henry Cartier-Bresson a Milano dal 30 novembre al 25 marzo 2007


Mostra da non perdere allo spazio Forma a Milano: stampe contemporanee, stampe originali d'epoca, libri, opere d'arte e oggetti personali appertenuti all'artista...


Forse il migliore, forse no, di fatto il più famoso di tutti i fotografi del mondo. Ad Henry Cartier-Bresson - a Milano dal 30 novembre al 25 marzo 2007 - è dedicata la mostra "Henri Cartier-Bresson: di chi si tratta?".
Sono 200 le stampe contemporanee - tra queste alcune inedite - e 50 le stampe d'epoca originali esposte presso il Centro Internazionale di Fotografia Forma, P.zza Tito Lucrezio Caro 1, tel. 02.5811.8067.
Oltre alle foto anche documenti e disegni originali, film documentario sul fotografo e altri film realizzati da Cartier Bresson. La mostra è arricchita da una serie di opere d'arte raccolte personalmente dall'autore, da foto di famiglia e libri.
La mostra è stata preparata - dalla fondazione Cartier Bresson e dalla leggendaria agenzia fotografica Magnum Photos - quando Cartier Bresson era ancora in vita, quindi sotto la sua diretta supervisione.

Henri Cartier-Bresson - Biografia

Cartier Bresson nasce il 22 agosto 1908 a Chanteloup, a poche decine di chilometri da Parigi, da una famiglia della ricca borghesia.
Il giovane Henry è uno spirito curioso, che si interessa di pittura e di letteratura. Frequenta i surrealisti, poi parte per un lungo viaggio, un anno in Costa d'Avorio, nel 1931.
Cartier-Bresson compra una Leica e comincia a girovagare per la Francia, la Spagna, l'Italia e il Messico. Qui, nel '33 espone la sua prima mostra fotografica importante.
Nel 1935 l'avventura americana, l'amicizia con Paul Strand e una nuova passione: il cinema.
Cartier Bresson torna in Europa e lavora come assistente del grande regista Jean Renoir.
Poi la Guerra. L'artista partecipa alla Resistenza francese. Nel '47 fonda, assieme a Robert Capa e David Seymour l'agenzia Magnum.
Cartier Bresson muore a Parigi, a 95 anni, il 2 agosto 2004.

Di Cartier Bresson e della sua inseparabile Leica si è detto e scritto di tutto. Forse meno della cosa più importante: la sua insaziabile curiosità per le cose del mondo.
In fondo la macchina fotografica è soltanto un mezzo per comunicare emozioni.

Per quanti hanno sentito tanto parlare di lui ma ancora non lo conoscono "personalmente" la mostra di Milano è un'occasione da non perdere.


Orario
tutti i giorni dalle 10 alle 20
giovedì dalle 10 alle 22
chiuso il lunedì

Prezzo biglietto
Intero: 6,50 euro
Ridotto: 5 euro
Scuole: 3 euro


[Articolo tratto da www.dphoto.it]


«Non è la mera fotografia che mi interessa. Quel che voglio è catturare quel minuto, parte della realtà.»

«Le fotografie possono raggiungere l'eternità attraverso il momento.»

[Henry-Cartier Bresson]

domenica, dicembre 17, 2006

Pictures of the year 2006


Gli editori del Time presentano il miglior fotogiornalismo del 2006. Guarda.

domenica, settembre 24, 2006

lunedì, settembre 04, 2006