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sabato, settembre 20, 2008

Lhc live


Cliccando sul link sottostante potrete vedere l'esperimento in atto al Cern di Ginevra ripreso da telecamere a circuito chiuso.

LHC Compact Muon Solenoid Experiment Webcams

mercoledì, settembre 10, 2008

Cern, attivato l'acceleratore Lhc "E' andato tutto come previsto"

LA REPUBBLICA, 10 SETTEMBRE 2008
Al via l'esperimento preliminare dell'istituto nucleare di Ginevra
Iniettati i primi fasci di protoni: le collisioni nei prossimi giorni. Le particelle hanno percorso senza problemi i 27 chilometri del tunnel.

GINEVRA - L'acceleratore è stato attivato e tutto è andato come previsto: nessuna apocalisse all'orizzonte. L'esperimento preliminare del Lhc (Large Hadron Collider) del Cern di Ginevra è partito come da programma poco dopo le 9 e 30, con l'obiettivo di verificare il funzionamento del più grande acceleratore di particelle del mondo, costato oltre 6 miliardi di euro. Per "vedere" i primi protoni scontrarsi tra loro e ricreare così le condizioni del Big Bang, bisognerà aspettare fino ad ottobre, mentre la piena efficenza del Lhc sarà raggiunta solo nel 2009.



LE FOTO - LO SPECIALE DI REPUBBLICA TV
La prova. Nel test di oggi per la prima volta un fascio di particelle, composto da un miliardo di protoni, ha percorso interamente l'anello di 27 chilometri, senza però essere "accelerato" dai magneti superconduttori e quindi con una velocità inferiore a quella prevista per gli esperimenti, che sfiora quella della luce. La prova preliminare ha poi visto l'iniezione di un altro fascio in direzione opposta, utile perchè si potesse verificare la perfetta percorribilità del tunnel in entrambi i "sensi di marcia".
Durante l'esperimento si è osservato anche un "lampo", creato dall'interazione tra i protoni del fascio e quelli del gas rimasto nell'acceleratore.

Le reazioni. Il direttore del Cern Robert Aymar esulta. "Abbiamo due emozioni: la soddisfazione per aver completato una grande missione e la speranza di grandi scoperte davanti a noi''.
Gli fa eco il presidente del Cnr ed ex direttore del Cern, Maiani: "Il test di oggi è estremamente importante. Con Lhc si apre una nuova generazione di macchine, inoltre - precisa - il principio delle collisioni che oggi viene applicato con Lhc è stato inventato in Italia negli anni '60, a Frascati, nell'anello dell'acceleratore Ada da un fisico austriaco che all'epoca si era trasferito a fare ricerca da noi".
Sottolinea il contributo italiano anche il presidente dell'istituto nazionale di fisica nucleare Roberto Petronzio: "E' una svolta per la scienza, oggi comincia un nuovo percorso e i 600 fisici italiani che hanno collaborato all'esperimento potranno dire di esserci stati".
Il problema tecnico. Nella notte, durante i preparativi per il test della mattina, il Cern aveva comunicato che erano stati rilevati alcuni "piccoli problemi elettrici", che non hanno tuttavia impedito lo svolgimento dell'esperimento preliminare.

I prossimi esperimenti. Probabilmente già da questo ottobre saranno iniettati nuovi fasci di protoni, che verranno poi accelerati e fatti scontrare. Sono 4 gli esperimenti principali su cui si concentreranno i circa 3.000 fisici coinvolti nel progetto: Atlas e Cms daranno la caccia al bosone di Higgs, la cosiddetta "particella di Dio" che ha dato massa a tutte le altre, Lhcb studierà le differenze tra materia e antimateria, mentre Alice si occuperà dello stato della materia nei primi istanti dell'universo.

venerdì, settembre 05, 2008

Il rap degli scienziati per il test sul Big Bang


LA REPUBBLICA
, 5 settembre 2008

Il 10 settembre è in programma il Large Hadron Collider
. Secondo alcuni scienziati "si rischia la fine del mondo"

Il Cern spiega in musica perché non bisogna avere paura.

A pochi giorni dal discusso test del Large Hadron Collider (Lhc) a Ginevra, gli scienziati più giovani del CERN (Centro europeo per la ricerca) hanno messo in rete un video che a tempo di rap racconta l'esperimento e rassicurare la gente.

ASCOLTA IL RAP DEGLI SCIENZIATI

Perché le particelle elementari presentano masse diverse? Sappiamo che il 95% della massa dell'universo è costituita da materia diversa da quella ordinaria. Di che si tratta? In altre parole, cosa sono la materia e l'energia oscura? In termini per non addetti ai lavori, come ha avuto inizio l'universo? A queste ed altre domande i fisici di tutto il mondo sperano di trovare risposte esaurienti il 10 settembre.

In un tunnel di 27 chilometri di circonferenza, scavato tra 50 e 150 metri sotto terra tra le montagne del Giura francese e il lago di Ginevra in Svizzera, l'Lhc (Large hadron collider), il più grande e potente acceleratore di particelle esistente al mondo costato 6 miliardi di euro, farà scontrare due fasci di particelle atomiche che viaggiano in direzione opposte e ad altissima velocità (oltre il 99,9% della velocità della luce) generando temperature che supereranno un trilione di gradi Celsius (100 mila volte più alta di quella che esiste al centro del sole) e una pioggia di nuove particelle che verranno studiate dai fisici. In questo modo gli scienziati sperano di individuare le particelle dette bosoni di Higgs, che, per ora solo in teoria, avrebbero dato massa ad ogni altra particella esistente.

La collisione avverrà in quattro punti, in corrispondenza di quattro caverne in cui il tunnel si allarga in altrettante sale, o stazioni sperimentali, che ospitano le sedi dei rivelatori dei principali esperimenti di fisica delle particelle programmati dal Cern. E' infatti il Centro europeo per la ricerca nucleare, con sede a Ginevra, alla guida del più grande, ambizioso e costoso test scientifico di tutti i tempi, finanziato da venti paesi europei più gli Stati uniti ma che sta facendo discutere tra loro ricercatori di tutto il mondo.

Un gruppo di studiosi contrari all'esperimento, preoccupati dai rischi che potrebbe comportare il ricreare le condizioni che esistevano una frazione di secondo dopo il big bang che ha dato origine all'universo, qualche tempo fa si era rivolto alla Corte europea dei diritti umani denunciando gli Stati sponsor del progetto di violare il diritto al rispetto della vita privata e familiare, e chiedendo quindi la sospensione del test.

Il ricorso - comunque respinto - parla di mondo a rischio distruzione, di esperimento che potrebbe addirittura creare un mini buco nero che, nel giro di quattro anni, aumenterà di potenza e dimensioni fino a risucchiare in sé il pianeta stesso. Per fortuna questi scenari apocalittici sono molto lontani dalla realtà, anche perché - seppur in tono minore - è da trent'anni che si fanno test simili senza che siano state registrate conseguenze particolari.

Secondo il portavoce del Cern James Gillies, il ricorso non ha introdotto argomenti che non siano stati già stati esaminati in passato e se questi esperimenti fossero pericolosi già lo si saprebbe. Al Centro europeo per la ricerca nucleare sono convinti che non c'è nessun motivo per temere che la messa in opera dell'Lhc possa dar vita ad un buco nero, anche perché in natura - come quando i raggi cosmici colpiscono la terra - si producono continuamente collisioni di energia, persino più forti di quelle che saranno prodotte artificialmente dall'acceleratore.

[di MARINA ZENOBIO]

mercoledì, settembre 03, 2008

"Fermate il test sul Big Bang o la Terra sparirà"

La Repubblica, 1 settembre 2008

L'esperimento fra 10 giorni. Guerra tra scienziati: "Un buco nero ci inghiottirà"
Il Cern di Ginevra: nessun rischio. Ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani

LONDRA - Per gli studiosi che si apprestano a spingere il pulsante d'accensione, si tratta di ricreare le condizioni che esistevano una frazione di secondo dopo il Big Bang: ovvero di riportarci indietro nel tempo sino al momento della creazione del nostro universo, all'inizio del mondo.

Ma per un gruppo di preoccupati ricercatori l'esperimento che dovrebbe cominciare tra dieci giorni in un immenso laboratorio sotterraneo, sepolto a un centinaio di metri sotto il confine tra Francia e Svizzera, comporta il rischio della fine del mondo, la distruzione e anzi la letterale scomparsa del nostro pianeta. Così, all'ultimo momento, gli oppositori del progetto hanno presentato un ricorso davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani, che in teoria potrebbe bloccare il più grande, ambizioso e costoso test scientifico di tutti i tempi.

Oggetto della contesa è il Large hadron collider, un acceleratore da 6 miliardi di euro che, facendo scontrare particelle atomiche ad alta velocità e generando temperature di più di un trilione di gradi Celsius, dovrebbe rivelare il segreto di come è cominciato l'universo. Venti paesi europei, più gli Stati Uniti, hanno finanziato il progetto, che dopo anni di preparativi dovrebbe prendere il via il 10 settembre al Centro di Ricerche Nucleari di Ginevra.

Qualcuno, tuttavia, teme che l'esperimento andrà ben oltre le aspettative, creando effettivamente un mini buco nero, che crescerà di dimensioni e potenza fino a risucchiare dentro di sé la terra, divorandola completamente nel giro di quattro anni. Gli scienziati di Ginevra ribattono che non c'è assolutamente nulla da temere: ci sono scarse possibilità che l'acceleratore formi un buco nero capace di porre una minaccia concreta al pianeta, dicono, perché la natura produce continuamente delle collisioni di energia più alte di quelle che saranno create artificialmente dall'acceleratore, per esempio quando i raggi cosmici colpiscono la terra. Esperimenti di questo tipo, inoltre, sono stati condotti per trent'anni, senza avere risucchiato nemmeno un pezzettino della terra né causato danni di qualsiasi genere.

Vero è che il nuovo acceleratore ha suscitato attenzioni e polemiche perché è il più grande mai costruito, con una circonferenza di 26 chilometri e la possibilità di lanciare particelle atomiche 11.245 volte al secondo prima di farle scontrare una contro l'altra a una temperatura 100mila volte più alta di quella che esiste al centro del sole. La speranza è individuare, così facendo, le teoriche particelle chiamate bosoni di Higgs, giudicate responsabili di avere dato massa, ovvero peso, a ogni altra particella esistente. Ma gli scienziati ammettono che ci vorranno anni prima di arrivare eventualmente a un risultato del genere, per le difficoltà nel trovare particelle così infinitesimamente piccole nel caos primordiale post-Big Bang creato dentro l'acceleratore.

Abbiamo ancora dieci giorni per salvare la terra?, si chiede, con leggera ironia, il Sunday Telegraph. "I miei calcoli indicano che il rischio che un buco nero mangi il pianeta a causa dell'esperimento è serio", afferma il professor Otto Rossler, un chimico tedesco della Eberhard Karls University che ha presentato il ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani insieme ad alcuni colleghi. Replica James Gillies, portavoce del Centro Ricerche Nucleari di Ginevra: "Il ricorso non introduce nessun argomento che non sia già stato esaminato e respinto in passato, se questi esperimenti fossero rischiosi lo sapremmo già".

In ogni caso lo sapremo con certezza dopo il 10 settembre, se la Corte Europea, come sembra di capire, darà luce verde all'iniziativa: che non sarà la "fine del mondo", ma un po' di curiosità al di fuori dei confini della scienza, in questo modo, l'ha ottenuta.

[ENRICO FRANCESCHINI]

lunedì, aprile 02, 2007

Francia: aperto l'archivio segreto sugli Ufo

Resi pubblici i documenti raccolti dal «Centro nazionale per gli studi spaziali» che riportano verbali di polizia sugli avvistamenti
I dossier, oltre 400 su 1600, sono consultabili on line



PARIGI (FRANCIA)
- Il mistero sull'esistenza degli ufo resta, ma, almeno, è stato svelato quello sul contenuto di uno dei principali archivi del mondo in materia, archivio che contiene moltissimi resoconti di presunti avvistamenti di oggetti volanti non identificati. La Francia è infatti diventata il primo Paese al mondo ad aver aperto al pubblico il suo archivio ufficiale che documenta gli avvistamenti di Ufo. Lo ha annunciato Jacques Patenet, il direttore del «Gruppo di studio e d'informazione sui fenomeni aerospaziali non identificati» presso il «Centro nazionale per gli studi spaziali» (il Cnes) di Parigi.
«Si tratta di una prima mondiale», ha commentato Patenet. «È vero che negli Stati Uniti si può chiedere delle informazioni, ma soltanto sulla base di un singolo caso - ha spiegato Patenet - ma noi abbiamo fatto l'esatto contrario: abbiamo messo tutte le informazioni a completa disposizione del pubblico». Oltre 400 dossier che documentano altrettanti casi d'avvistamenti di oggetti volanti non identificati possono essere consultati su un'apposita sezione del sito web del Cnes . Al momento si tratta di un quarto dei circa 1.600 presunti casi di osservazioni di Ufo segnalati in Francia dall'inizio degli anni '50 ad oggi. Tutti i dossier saranno regolarmente on line entro la fine dell'anno, ha assicurato il responsabile del Cnes. «Stiamo lavorando sulla base del principio che non vi è nulla che non possiamo pubblicare online, salvo una sola eccezione: quella di proteggere, in alcuni casi, la privacy personale», ha spiegato Patenet. Gli «X-Files» francesi contengono i verbali della polizia, stesi sulla base di testimonianze, con i dati personali - che potrebbero aiutare a identificare i testimoni - oscurati da omissis.

CORRIERE DELLA SERA - 23 marzo 2007

giovedì, febbraio 01, 2007

Gene memoria regola il sonno

Scoperta di due italiani dell'universita'' del Wisconsin



ROMA, 1 FEB - Uno dei principali geni legati alla formazione dei ricordi e all'apprendimento potrebbe essere un regolatore della profondita' del sonno. Lo scoperta e' stata fatta da Chiara Cirelli e Guido Tononi,due studiosi italiani dell' universita' del Wisconsin. Secondo lo studio il gene Bdnf regola il bisogno di dormire in quanto solo dormendo le nuove conoscenze potranno essere fissate nella memoria o perse se il cervello le giudica superflue.


[Notizia tratta da www.ansa.it]

giovedì, dicembre 21, 2006

Impossibile ripetere la stessa azione la colpa è del cervello "che improvvisa"

I risultati di una ricerca della Stanford University sui macachi
La pianificazione dei movimenti avviene sempre in modo diverso


ROMA - Quante volte ci capita, nell'arco di una giornata, di non riuscire a ripetere un'azione nello stesso identico modo? Non si tratta di mancanza di abilità. Accade anche ai campioni alle prese con il tiro libero decisivo per la partita. Allora, forse sbagliamo qualcosa nei movimenti? Secondo i ricercatori della Stanford University non è questa la spiegazione. Monitorando i circuiti cerebrali di un gruppo di macachi impegnati in test in cui dovevano afferrare degli oggetti, gli esperti hanno riscontrato delle piccole variazioni neurali nell'attività preparatoria del movimento e predittive della sua riuscita. Secondo la ricerca di Afsheen Afshar al cervello piace improvvisare cambiando i comandi ogni volta che deve eseguire un'azione.

Per quanto possiamo essere bravi ed allenati ad eseguire una mossa, questa non ci riuscirà ma nello stesso identico modo proprio perché il cervello non pianifica le azioni, anche se ripetute tante volte, sempre nello stesso modo. Questa "difficoltà", conclude lo studio - pubblicato sulla rivista Neuron - si traduce in un limite nell'esecuzione del movimento. Ecco perché nessun atleta professionista potrà mai eseguire lo stesso movimento vincente tutte le volte che vuole.


[Articolo del 20/12/2006 comparso su www.repubblica.it]


giovedì, settembre 21, 2006

Rapidissimo ed economico. Ecco il chip che parla con il laser,


Rivestito di una membrana innovativa, trasferirà dati ad alta velocità. E' in fase di studio negli Usa. Potrebbe essere lanciato nel 2010.

ROMA - Altissima velocità a costi ridotti. Sembrerebbe uno slogan irreale e invece descrive benissi mo la rivoluzione che, tra qualche anno, potrebbe essere portata dal nuovo chip sperime ntato da Intel e Università della California di Santa Barbara. Grazie a una tecnologia basata sul laser, i componenti dei processori potrebbero essere in grado di scambiarsi informazioni a ritmi di gran lunga superiori a quelli odierni e renderanno i computer ancora più potenti. Oggi i ricercatori hanno annunciato lo sviluppo di nuovi circuiti integrati che consentiranno di raggiungere velocità molto più alte di quelle attuali. I chip saranno basati sul silicio ma verranno rivestiti da uno strato di fosfuro di indio con una tecnica innovativa. Su ciascuno di loro sarà posizionata una membrana capace di sviluppare decine - potenzialmente centinaia - di sottili raggi laser. Secondo i tecnici di Intel, i componenti del processore saranno in grado di scambiarsi fino a mille miliardi di bit al secondo.
La novità consentirà inoltre ai progettisti di ridisegnare i computer e di posizionare i chip a minore distanza tra loro. La nuova tecnologia, che avrà costi molto bassi, potrà essere applicata ai grandi calcolatori ma anche ai pc domestici.
Anche le connessioni a internet saranno enormemente più performanti. Secondo il sito web del quotidiano californiano San José Mercury News, si potrebbero scaricare dati a 1 Gigabit al secondo, una velocità che consentirebbe di guardare contemporaneamente numerosi canali televisivi ad alta definizione o di scaricare in pochi minuti un film in qualità dvd.
"Si tratta di un settore che ha iniziato a svilupparsi con decisione solamente negli ultimi 18 mesi - dice Eli Yablonovitch, fisico all'Università della California di Los Angeles -. Ci saranno molte più comunicazioni ottiche nei computer di quanto si sia mai immaginato".
Per la commercializzazione dei nuovi chip, potrebbe essere necessario attendere fino al 2010. Le ricerche proseguono però a grande ritmo, non solo negli Stati Uniti ma anche in Giappone. L'azienda che riuscisse a lanciarli per prima sul mercato battendo sul tempo i concorrenti otterrebbe infatti un grande vantaggio competitivo e guadagni notevolissimi.

( La Repubblica - 19 settembre 2006)

mercoledì, settembre 20, 2006

L'attitudine del cervelletto nel percepire le stranezze

Un team italiano di ricercatori: è quella la parte che opera una chiara distinzione tra stimoli conosciuti e quelli insoliti

ROMA- Perché se viviamo vicino alla ferrovia non ci accorgiamo più del treno che passa, ma piuttosto di quella odiosa goccia che proviene dal rubinetto e non ci fa prendere sonno? E perché se qualcuno ci tocca mentre siamo concentrati facciamo un balzo? E' il nostro cervelletto ad accorgersi di stranezze, rumori insoliti che ci distraggono, ci disturbano o ci stimolano. Lo ha scoperto un team di scienziati dell'Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), della Fondazione Santa Lucia di Roma.
Il cervelletto, l'organo che si trova nel cervello e che tra l'altro controlla la precisione dei nostri movimenti, opera una vera e propria distinzione tra gli stimoli a cui siamo abituati ogni giorno - per esempio il rumore quotidiano del traffico della nostra città - e uno stimolo insolito, magari uno scoppio improvviso.
Lo studio, che è appena stato pubblicato sulla rivista online Brain, ha impegnato i ricercatori italiani per due anni. Gli scienziati, che hanno collaborato con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e l'IRCCS Medea di Udine, hanno studiato alcuni pazienti che avevano riportato lesioni a un solo lato del cervelletto.
"La capacità di riconoscere gli stimoli abituali dai nuovi rappresenta una funzione fondamentale del sistema nervoso e coinvolge oltre ai comportamenti quotidiani anche quelli sociali ed affettivi", spiegano gli autori dello studio. "Basti pensare che se siamo rilassati in una campagna, ascoltando il cinguettio degli uccelli, il transito inatteso di un treno ci fa trasalire, ma se viviamo in prossimità di una ferrovia non ci accorgiamo neanche più del passare dei convogli", ma magari è un altro rumore insolito a disturbare il nostro riposo. "Allo stesso modo- continuano gli studiosi- se siamo concentrati in un attività e veniamo toccati su una spalla possiamo sobbalzare; invece contatti più intensi, come quelli fra persone che viaggiano pigiate in uno stesso scompartimento, possono essere percepiti tanto attutiti da non farci interrompere la lettura o il sonno". E concludono: "A livello intuitivo siamo capaci con un solo sguardo di renderci conto che nel nostro solito gruppo di amici qualcosa non va".
Una scoperta, quindi, che ci racconta qualcosa in più su quali sono le fonti della nostra "sensibilità". Ma che, dal punto di vista strettamente scientifico e terapeutico, può aprire la strada a possibili cure per il trattamento dell'atassia, cioè la perdita della coordinazione muscolare, dell'autismo e dela schizofrenia.

(La Repubblica, 19 settembre 2006)

lunedì, settembre 18, 2006

Ecco il genio: una scintilla, tanto lavoro. Il talento è nulla senza applicazione.

Il segreto in una formula. La rivista inglese New Scientist pubblica le "dosi" stabilite dalla Cambridge University. Fondamentale la conoscenza prodotta da buoni studi.


LONDRA - Genio si nasce o si diventa? Il quesito è vecchio e dibattuto quasi come quello sull'uovo e la gallina. Ma adesso arriva una risposta "scientifica", il primo studio analitico del problema, e il verdetto degli esperti è che genio si diventa: o meglio si nasce "e" si diventa, perché una certa dose di talento naturale è indubbiamente necessaria, ma in sé non basta, occorre coltivarla con uno studio di alta qualità e svilupparla con anni di duro lavoro. Soltanto a quel punto si manifesta il genio, inteso come raggiungimento di prestazioni eccezionali in qualunque campo, dalla scienza alle arti creative, dagli scacchi alle discipline sportive.

Ad affermarlo è un libro, "The Cambdrige Handbook of Expertise and Expert Performance" (Il manuale di Cambridge della perizia e della prestazione esperta), pubblicato in questi giorni dalla Cambridge University Press, di cui il settimanale britannico New Scientist riferisce con ampio risalto nel suo ultimo numero. La tesi è che le capacità che in alcuni casi definiamo talento o addirittura genio non sono il frutto di un dono della natura con cui veniamo al mondo, bensì il risultato di una combinazione di abilità innata, istruzione di alto livello e una montagna di lavoro.
In sostanza lo studio della Cambridge University, mescolando psicologia e scienza cognitiva, ci dice di lasciar perdere l'idea che il genio, il talento o altre qualità innate creino le grandi menti della scienza e delle arti creative, le grandi scoperte e le grandi opere del pensiero o dell'arte o le grandi prestazioni dello sport: è invece una miscela di talento innato, studio e applicazione a produrre prestazioni record. Un motto variamente attribuito a Ernest Hemingway (per il campo umanistico) o a Thomas Edison (per quello scientifico) sosteneva che il genio è 1 per cento inspiration (ispirazione creativa) e 99 per cento perspiration (traspirazione, sudore, fatica). Sulla base del libro di Cambridge, il New Scientist aggiorna così la "formula della genialità": 1 per cento di ispirazione, 29 per cento di buone scuole, 70 per cento di lavoro.

La ricerca suggerisce in proposito una sorta di "regola dei 10 anni": per quanto sia solido il talento innato, occorrono almeno dieci anni di pratica, di lavoro serio ed intenso, per raggiungere la grandezza. Un'analisi su 120 atleti, attori, artisti, matematici e scienziati, condotta dal celebre psicologo Benjamin Bloom della University of Chicago, rivela per esempio che ogni singola persona esaminata ha impiegato almeno un decennio di studio ed esercizio prima di ottenere riconoscimenti internazionali. In più, solitamente, ognuno che ce l'ha fatta ha avuto un mentore, una figura chiave che lo ha aiutato e incoraggiato lungo il percorso.

La Cambridge University cita casi famosi: Mozart suonava il violino a 3 anni e componeva sinfonie a 7, ma solo nella tarda adolescenza ha prodotto la musica che lo ha reso un gigante; Einstein era uno scolaro mediocre e svogliato, solo quando si è applicato rigorosamente al campo che lo appassionava, e per cui era dotato, è esploso; Tiger Woods ha imparato a usare la mazza da golf prima che a camminare, ma è stato l'inflessibile allenamento a farne il migliore di tutti (lo stesso si può dire di Pete Sampras o Michael Jordan).

Tra i fortunati individui che nascono con una dose di talento in qualcosa, insomma, sono la qualità dello studio e l'intensità della pratica a fare la differenza: per cui uno diventa un genio e un altro solo un buon esecutore. "Scusi, da qui come si arriva alla Carnegie Hall?", tempio della musica classica a New York, era una vecchia battuta dei conservatori americani. E l'ironica risposta era: "Con tanta pratica".

ENRICO FRANCESCHINI



(La Repubblica - 18 settembre 2006)

domenica, settembre 17, 2006

Dimmi che musica ascolti, ti dirò chi sei

I dati sono stati ricavati da oltre 10.000 interviste on line, ma è solo l'inizio

Alcuni ricercatori del Dipartimento di psicologia dell'Università di Leicester hanno completato la prima fase di una ricerca volta a stabilire l'esistenza di correlazioni fra preferenze musicali e stili di vita. "Sorprendentemente" ha osservato Adrian North, che ha diretto lo studio "ci sono pochissimi studi che correlano età, sesso, stato socio-economico e personalità al tipo di musica ascoltata, e quelli che esistono riguardano quasi esclusivamente gli Stati Uniti. Soprattutto, ci sono troppi stereotipi sul tipo di persone che ascolta certi tipi di musica."
Finora il guppo di ricercatori di North ha esaminato 10.000 persone che hanno risposto, da tutto il mondo, a un questionario on line che assieme alla scelta fra 50 stili musicali richiede un ampia messe di notizie sugli stili di vita, credenze religiose, opinioni politiche, capacità economica, educazione, lavoro, salute, media preferiti, attività di tempo libero ecc.
Dai primi risultati emergerebbe, per esempio, che i fan dell'hip-hop e della dance music abbiano avuto più di un partner sessuale negli ultimi cinque anni con una frequenza rispettivamente del 37,5 e del 28,7 per cento, contro l'1,5 per cento dei cultori di musica country. Essi inoltre sarebbero in media meno religiosi, poco propensi al riciclaggio, allo sviluppo delle energie alternative, e a tollerare aumenti di tasse pur di preservare i servizi sociali e il servizio sanitario pubblico. Sarebbero peraltro meno restii a infrangere la legge: ha ammesso di averlo fatto il 56,9% e il 53,1% dei membri dei primi due gruppi contro, per esempio, il 17,9% di quanti prediligono i musical. In compenso, un quarto di quanti amano la musica classica ha fumato mariuana e il 12,3 per cento dei patiti dell�opera lirica ha assunto funghi allucinogeni.

venerdì, settembre 08, 2006

Donne e uomini diversi nel cervello


Uomini e donne usano parti diverse del cervello per svolgere gli stessi compiti. Come hanno scoperto alcuni scienziati americani analizzando l'attività cerebrale con la risonanza magnetica per immagini.

“Non hai capito perché non mi hai ascoltato”. Quante volte capita di dirlo o di sentirselo dire dal partner. Da oggi qualcuno a propria discolpa potrebbe addurre questa nuova ricerca, secondo cui uomini e donne pensano la stessa cosa in due modi differenti. O meglio con una parte del cervello diversa. E probabilmente qualche volta non si capiscono…

Il ragionamento che fa la differenza
Che di fronte a compiti di tipo linguistico o visuale gli uomini e le donne, pur raggiungendo gli stessi risultati nello stesso tempo, ragionassero in modo diverso, molti studi lo provano, ma finora non era mai stato appurato che veramente usino parti diverse del cervello.
Con la risonanza magnetica per immagini al Kennedy Krieger Institute di Baltimora (Usa) gli scienziati hanno analizzato il cervello di 30 bambini, maschi e femmine, mentre eseguivano compiti molto semplici. Uno riguardava l’elaborazione verbale e consisteva nel riconoscere, in una sequenza di parole che scorrevano, quali erano in rima. Mentre nell’altro, di tipo visuale, i volontari dovevano individuare alcune linee gialle in mezzo a tante blu e segnalare quando erano allineate.

Lato destro o sinistro?
Quello che è emerso per i ricercatori è molto interessante: quando pensano le parole le donne usano il giro frontale inferiore bilateralmente mentre gli uomini usano di più la sola parte sinistra. Nell'interpretare informazioni visuali, invece, gli uomini usano entrambi i lobi parietali e le donne di più il lobo di destra.
Oltre a servire per l’eventuale cura di alcuni disturbi mentali in maniera differenziata tra uomini e donne, lo studio potrebbe aiutare gli scienziati anche a capire dove e perché nascono le diverse propensioni (per esempio per la matematica o l’arte) nei bambini e nelle bambine.


giovedì, settembre 07, 2006

Cervo volante, pericolo costante

Anche comunissimi insetti come formiche e mosche non sono esenti dall'uso di sostanze stimolanti. Le mosche, ad esempio, sono molto attratte dal fungo chiamato amanita muscaria, il cui nome deriva proprio da "mosca", in quanto è noto che questi insetti sono attratti dai cappelli del fungo e ne rimangono "stecchiti". Il comportamento più bizzarro che si osserva in natura tra gli insetti è quello del cervo volante. Queste creature sono consumatrici avide della secrezione di linfa in fermentazione delle querce. Il liquido in questione rappresenta una specie di birra naturale con la quale i cervi volanti si ubriacano. Dapprima cominciano a schiamazzare, poi cadono barcollando dall'albero, cercano di reggersi goffamente sulle zampe, peraltro senza successo, e smaltiscono la sbornia dormendo.

mercoledì, settembre 06, 2006

Déjà - vu

C'è chi li ignora chi ne è affascinato e chi preferisce associarli a prodigiosi poteri soprannaturali, ma c'è anche chi li vive come una malattia, un perenne stato confusionale del tempo e della realtà che mischia il passato al presente, o addirittura al futuro.

I déjà vu sono un fenomeno difficile da spiegare dal punto di vista scientifico. Ci sta riuscendo un gruppo di ricercatori inglesi dell'Università di Leeds con il progetto Cognitive Feelings Framework ideato da Chris Moulin, neuropsicologo cognitivo, da anni impegnato negli studi sulla memoria e sull'Alzheimer.

Questo il colloquio intercorso tra la giornalista Carlotta Magnanini e il Dottor Chris Moulin.


Dottor Moulin, come si spiegano i déjà vu?

Da studi effettuati su pazienti epilettici, possiamo affermare che i déjà vu hanno origine nei lobi temporali del cervello e sono causati dallo scontro tra due processi opposti: le sensazioni, quel qualcosa che percepiamo come già vissuto, e la conoscenza oggettiva, cioè il fatto di aver già vissuto quel qualcosa nella realtà.

In cosa consiste il vostro progetto?

Vogliamo individuare una struttura come il Cognitive Feelings Framework: è il primo passo per spiegare l'interazione causale tra certe indefinibili sensazioni soggettive e determinati stati di coscienza associati alla memoria. In particolare a noi interessa individuare e studiare non tanto cosa la gente ricorda e dimentica, ma che effetto fa ricordare o dimenticare. Io le chiamo "sensazioni cognitive" per differenziarle dalle "emozioni".

Voi parlate di déjà vu come di una malattia cronica?

Lavoravo in un istituto clinico a Bath e un giorno un uomo entrò nel mio studio, diceva di avere continue sensazioni di déjà vu. Non una ogni tanto, ma perennemente 24 ore su 24. Non poteva andare in nessun posto, vedere gente, leggere un libro senza avere la certezza di averlo già fatto, conosciuto, letto. Tutta la sua vita era un film già visto. Ho capito di trovarmi di fronte ad una testimonianza eccezionale, ma non unica: come lui dovevano per forza esistere altri casi al mondo, bisognava solo trovarli. Così ho cominciato a studiare i normali déjà vu, quelli che tutti più o meno conosciamo nella vita di tutti i giorni.

Cosa è emerso dai suoi studi fino ad oggi?

L'elemento più interessante è l'esistenza di due sistemi, due sfere dell'attività cerebrale nettamente separate fra di loro: quella delle sensazioni e quella della conoscenza vera e propria.


Fonte "L'espresso" 31 agosto 2006

lunedì, settembre 04, 2006

Il mistero di quella pioggia rossa. E se arrivasse da mondi lontani?

E' caduta a Kerala, in India, nel 2001 e qualche settimana fa. Nei suoi globuli non c'è il Dna. E spunta l'ipotesi extraterrestre

"Non abbiamo mai visto nulla del genere prima d'ora"
di LUIGI BIGNAM
I


ROMA - Ha il sapore della fantascienza lo strano fenomeno che si verificò nel luglio del 2001 a Kerala, in India e che si è ripetuto poche settimane or sono. E come tutte le storie strane il suo inizio passa quasi inosservato ai più. Cinque anni fa, per vari giorni, sulla città indiana era piovuto rosso. La gente era abituata a qualcosa del genere, quando le tante tempeste di sabbia che giungono dal nord si mescolano alle piogge locali. Ma a Godfrey Louis, fisico della Mahatma Gandhi University, quel fenomeno apparve molto strano. Non era come tutte le altre piogge frammiste a sabbia. E così raccolse alcuni campioni del materiale caduto ed iniziò uno studio che non è ancora terminato, ma che una parte dei risultati è apparsa sull'autorevole Astrophysics and Space Science, una rivista specializzata in astronomia e astrofisica. Negli ultimi mesi le ricerche vengono condotte anche dalla Corbell University (Usa) e dalla Sheffield University (Gran Bretagna).

Il mistero risiede nei globuli rossastri che compongono la pioggia. Essi hanno un diametro di circa 10 micron, poco più grandi di un globulo rosso che è di 7 micron. Louis sostiene di aver osservato 15 piccole cellule fuoriuscire da una cellula madre dando origine ad un chiaro processo di moltiplicazione. Ma questo fenomeno, per quanto avviene negli organismi terrestri, necessita della presenza di Dna. E qui sta il mistero o se si vuole il problema da risolvere. Louis infatti, non è riuscito a trovare il Dna. Per questo ha inviato il materiale ad altre università più attrezzate in questo tipo di ricerca. Spiega Chandra Wickramasinghe, della Cardiff University, che sta studiando il materiale di Kerala: "Non abbiamo mai visto nulla del genere prima d'ora. Non ci sono dubbi che questi globuli sono composti da idrogeno, silicio, ossigeno, carbonio e alluminio. Possiedono pareti molto spesse così che è difficile entrarvi o estrarre il materiale che vi è all'interno. Le analisi che abbiamo eseguito con il Dapi (la sostanza utilizzata dai biologi per mettere in luce la presenza di Dna all'interno delle cellule viventi) ha dato risultati contrastanti".

Nonostante le ricerche fin qui condotte, non si riesce a capire cosa produca il colore rosso ai globuli in questione. I ricercatori vorrebbero rompere le pareti delle cellule per studiare ciò che vi è all'interno, ma l'operazione risulta estremamente complessa perché le pareti sono molto spesse e risulta difficile romperle senza disperdere il contenuto. "Forse - ostiene Louis- le pareti spesse servono a quegli organismi per sopravvivere nello spazio, al di fuori dell'atmosfera terrestre".

Il ricercatore indiano infatti, ipotizza che la pioggia rossa sia composta da organismi di origine extraterrestre giunti fin sulla Terra. Spiega Louis: "La caduta di materiale extraterrestre sulla Terra può essere spiegato se si ipotizza che all'origine della pioggia vi sia stata una piccola cometa che si è scontrata con il nostro pianeta, i cui frammenti sono precipitati nell'atmosfera terrestre proprio sopra Kerala". A sostegno di questa ipotesi vi è il fatto che poco prima della pioggia rossa del 2001 vennero udite delle esplosioni del tutto simili a quelle che producono le meteoriti quando esplodono nell'atmosfera. Se l'ipotesi dovesse trovare conferma, secondo Louis, il corpo cometario che incrociò la Terra avrebbe dovuto possedere al suo interno almeno 50.000 chilogrammi di tale materiale. Alcune settimane or sono la pioggia rossa è tornata su Kerala.

La ripetizione del fenomeno è spiegabile con l'ipotesi extraterrestre? "Si - ostiene Louis- perché è possibile che dopo 5 anni la Terra sia entrata nell'orbita della cometa che impattò con il nostro pianeta nel 2001". Un po' quel che succede quando in agosto si hanno le stelle cadenti. Ma possibile che la pioggia cada solo su Kerala? "Sono abbastanza sicuro che essa sia caduta anche da altre parti, ma nessuno ci ha fatto caso", continua il ricercatore.

Cosa pensano altri scienziati sull'ipotesi extraterrestre della pioggia rossa? Secondo David Lloyd, direttore della Cardiff University, i "globuli rossi" potrebbe essere una forma di vita ancora in parte sconosciuta, ma del tutto terrestre che si è sviluppata nelle nubi sopra Kerala. Ma possibile che sia caduta solo nel 2001 e nel 2006? "A questo non so rispondere", replica Lloyd. Conclude Louis: "Il primo ad essere scettico sull'ipotesi dell'ipotesi extraterrestre delle piogge rosse sono io stesso, tuttavia al momento rimane la spiegazione più semplice e ovvia e corroborata da un insieme di prove. Sarò il primo a ritrattarla, tuttavia, se qualcuno dimostrerà che quelle particelle hanno un'altra origine". La sfida, per trovare la soluzione ad uno dei più affascinanti e misteriosi fenomeni degli ultimi anni, è lanciata.


(1 settembre 2006)


Fonte: La Repubblica

sabato, settembre 02, 2006

Suonare con il cuore

"Suonare con il cuore", probabilmente mai metafora fu più azzeccata, ma questa volta l'interpretazione musicale non c'entra. Uno studio di medici inglesi ed italiani pubblicato sulla prestigiosa rivista Heart, ha scoperto che la musica influenza il battito cardiaco e la frequenza respiratoria. L'effetto è particolarmente accentuato nei musicisti.

Si è scoperto che la frequenza del battito di ogni persona varia in funzione del ritmo della musica ascoltata, in modo direttamente proporzionale: un ritmo incalzante e veloce fa accelerare anche il battito cardiaco e la respirazione, mentre i brani lenti hanno l'effetto contrario, causando un rallentamento del battito e della frequenza respiratoria.

Il Dott. Peter Sleight dell’Università di Oxford è arrivato a queste conclusioni studiando 24 pazienti sani con diversa cultura musicale, abitudine all'ascolto e preferenza individuale. Al campione è stata fatta ascoltare musica di vario genere che contenesse specifici fattori musicali come tempo, ritmo, pause e struttura melodica. Si è così evidenziato che la relazione tra i battiti della musica e i parametri cardiovascolari e respiratori è più evidente nei musicisti, in quanto le persone con attitudine musicale tendono a sincronizzare il respiro con il ritmo. In ogni caso, l'alternanza tra lo stato di eccitazione e di rilassamento delle funzioni cardiache indotte dalla musica, porterebbe a chiunque dei benefici. Secondo il Dott. Sleight, oltre ad avere un uso clinico nell'alleviare lo stress, la musica potrebbe migliorare anche le prestazioni degli atleti o la mobilità di pazienti con danni neurologici.



venerdì, settembre 01, 2006

HyperSonic Sound: la musica nel cervello

HyperSonic Sound è il nome di una invenzione americana che forse rivoluzionerà il modo in cui fruiremo della musica in futuro: non più dalle orecchie, ma direttamente nel cervello.Chi si immagina chissà quale diavoleria tecnologica in sostituzione degli altoparlanti, rimarrà un pò deluso nel vedere una semplice piastra di alluminio quadrata che, a detta del suo inventore, l'americano Elwood "Woody", trasporta le onde sonore in modo selettivo direttamente al cervello dell'ascoltatore, senza passare per il suo apparato auricolare.In pratica, il segnale audio proveniente dalla sorgente sonora viene dapprima convertito in uno spettro di frequenze superiori a quelle udibili dall'orecchio umano, per poi essere inviato direttamente al cervello che le interpreta restituendoci il risultato. L'invenzione ha ricevuto il primo premio dalla giuria del Lemelson-MIT Prize, prestigiosa associazione internazionale e ha stimolato l'interesse dell'industria di apparecchi audio interessati ai possibili utilizzi in auto, a casa, nei musei e negli spazi pubblici.Certo che se un approccio diretto e intimo al mondo dei suoni si mostrasse efficace, rivoluzionerebbe completamente lo stesso concetto di ascolto (la parola ascoltare deriva dal latino auscultare, cioè sentire con l’orecchio) responsabile per millenni della sopravvivenza, della comunicazione, delle emozioni e della stessa evoluzione dell'uomo.