Cliccando sul link sottostante potrete vedere l'esperimento in atto al Cern di Ginevra ripreso da telecamere a circuito chiuso.
“Ogni singolo uomo vede soltanto una porzione della verità complessiva; e molto spesso, in realtà quasi sempre, egli deliberatamente s'inganna anche su questo piccolo prezioso frammento" [...] [Fred/Bob Arctor – Un oscuro scrutare - P.K.Dick]
sabato, settembre 20, 2008
Lhc live
Cliccando sul link sottostante potrete vedere l'esperimento in atto al Cern di Ginevra ripreso da telecamere a circuito chiuso.
mercoledì, settembre 10, 2008
Cern, attivato l'acceleratore Lhc "E' andato tutto come previsto"
Al via l'esperimento preliminare dell'istituto nucleare di Ginevra Iniettati i primi fasci di protoni: le collisioni nei prossimi giorni. Le particelle hanno percorso senza problemi i 27 chilometri del tunnel.
LE FOTO - LO SPECIALE DI REPUBBLICA TV
La prova. Nel test di oggi per la prima volta un fascio di particelle, composto da un miliardo di protoni, ha percorso interamente l'anello di 27 chilometri, senza però essere "accelerato" dai magneti superconduttori e quindi con una velocità inferiore a quella prevista per gli esperimenti, che sfiora quella della luce. La prova preliminare ha poi visto l'iniezione di un altro fascio in direzione opposta, utile perchè si potesse verificare la perfetta percorribilità del tunnel in entrambi i "sensi di marcia".
Le reazioni. Il direttore del Cern Robert Aymar esulta. "Abbiamo due emozioni: la soddisfazione per aver completato una grande missione e la speranza di grandi scoperte davanti a noi''.
Gli fa eco il presidente del Cnr ed ex direttore del Cern, Maiani: "Il test di oggi è estremamente importante. Con Lhc si apre una nuova generazione di macchine, inoltre - precisa - il principio delle collisioni che oggi viene applicato con Lhc è stato inventato in Italia negli anni '60, a Frascati, nell'anello dell'acceleratore Ada da un fisico austriaco che all'epoca si era trasferito a fare ricerca da noi".
Sottolinea il contributo italiano anche il presidente dell'istituto nazionale di fisica nucleare Roberto Petronzio: "E' una svolta per la scienza, oggi comincia un nuovo percorso e i 600 fisici italiani che hanno collaborato all'esperimento potranno dire di esserci stati".
Il problema tecnico. Nella notte, durante i preparativi per il test della mattina, il Cern aveva comunicato che erano stati rilevati alcuni "piccoli problemi elettrici", che non hanno tuttavia impedito lo svolgimento dell'esperimento preliminare.
I prossimi esperimenti. Probabilmente già da questo ottobre saranno iniettati nuovi fasci di protoni, che verranno poi accelerati e fatti scontrare. Sono 4 gli esperimenti principali su cui si concentreranno i circa 3.000 fisici coinvolti nel progetto: Atlas e Cms daranno la caccia al bosone di Higgs, la cosiddetta "particella di Dio" che ha dato massa a tutte le altre, Lhcb studierà le differenze tra materia e antimateria, mentre Alice si occuperà dello stato della materia nei primi istanti dell'universo.
venerdì, settembre 05, 2008
Il rap degli scienziati per il test sul Big Bang
LA REPUBBLICA, 5 settembre 2008
Il 10 settembre è in programma il Large Hadron Collider. Secondo alcuni scienziati "si rischia la fine del mondo"
Il Cern spiega in musica perché non bisogna avere paura.
ASCOLTA IL RAP DEGLI SCIENZIATI
Perché le particelle elementari presentano masse diverse? Sappiamo che il 95% della massa dell'universo è costituita da materia diversa da quella ordinaria. Di che si tratta? In altre parole, cosa sono la materia e l'energia oscura? In termini per non addetti ai lavori, come ha avuto inizio l'universo? A queste ed altre domande i fisici di tutto il mondo sperano di trovare risposte esaurienti il 10 settembre.
In un tunnel di 27 chilometri di circonferenza, scavato tra 50 e 150 metri sotto terra tra le montagne del Giura francese e il lago di Ginevra in Svizzera, l'Lhc (Large hadron collider), il più grande e potente acceleratore di particelle esistente al mondo costato 6 miliardi di euro, farà scontrare due fasci di particelle atomiche che viaggiano in direzione opposte e ad altissima velocità (oltre il 99,9% della velocità della luce) generando temperature che supereranno un trilione di gradi Celsius (100 mila volte più alta di quella che esiste al centro del sole) e una pioggia di nuove particelle che verranno studiate dai fisici. In questo modo gli scienziati sperano di individuare le particelle dette bosoni di Higgs, che, per ora solo in teoria, avrebbero dato massa ad ogni altra particella esistente.
La collisione avverrà in quattro punti, in corrispondenza di quattro caverne in cui il tunnel si allarga in altrettante sale, o stazioni sperimentali, che ospitano le sedi dei rivelatori dei principali esperimenti di fisica delle particelle programmati dal Cern. E' infatti il Centro europeo per la ricerca nucleare, con sede a Ginevra, alla guida del più grande, ambizioso e costoso test scientifico di tutti i tempi, finanziato da venti paesi europei più gli Stati uniti ma che sta facendo discutere tra loro ricercatori di tutto il mondo.
Un gruppo di studiosi contrari all'esperimento, preoccupati dai rischi che potrebbe comportare il ricreare le condizioni che esistevano una frazione di secondo dopo il big bang che ha dato origine all'universo, qualche tempo fa si era rivolto alla Corte europea dei diritti umani denunciando gli Stati sponsor del progetto di violare il diritto al rispetto della vita privata e familiare, e chiedendo quindi la sospensione del test.
Il ricorso - comunque respinto - parla di mondo a rischio distruzione, di esperimento che potrebbe addirittura creare un mini buco nero che, nel giro di quattro anni, aumenterà di potenza e dimensioni fino a risucchiare in sé il pianeta stesso. Per fortuna questi scenari apocalittici sono molto lontani dalla realtà, anche perché - seppur in tono minore - è da trent'anni che si fanno test simili senza che siano state registrate conseguenze particolari.
Secondo il portavoce del Cern James Gillies, il ricorso non ha introdotto argomenti che non siano stati già stati esaminati in passato e se questi esperimenti fossero pericolosi già lo si saprebbe. Al Centro europeo per la ricerca nucleare sono convinti che non c'è nessun motivo per temere che la messa in opera dell'Lhc possa dar vita ad un buco nero, anche perché in natura - come quando i raggi cosmici colpiscono la terra - si producono continuamente collisioni di energia, persino più forti di quelle che saranno prodotte artificialmente dall'acceleratore.
[di MARINA ZENOBIO]
mercoledì, settembre 03, 2008
"Fermate il test sul Big Bang o la Terra sparirà"
L'esperimento fra 10 giorni. Guerra tra scienziati: "Un buco nero ci inghiottirà"
Il Cern di Ginevra: nessun rischio. Ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani
Ma per un gruppo di preoccupati ricercatori l'esperimento che dovrebbe cominciare tra dieci giorni in un immenso laboratorio sotterraneo, sepolto a un centinaio di metri sotto il confine tra Francia e Svizzera, comporta il rischio della fine del mondo, la distruzione e anzi la letterale scomparsa del nostro pianeta. Così, all'ultimo momento, gli oppositori del progetto hanno presentato un ricorso davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani, che in teoria potrebbe bloccare il più grande, ambizioso e costoso test scientifico di tutti i tempi.
Oggetto della contesa è il Large hadron collider, un acceleratore da 6 miliardi di euro che, facendo scontrare particelle atomiche ad alta velocità e generando temperature di più di un trilione di gradi Celsius, dovrebbe rivelare il segreto di come è cominciato l'universo. Venti paesi europei, più gli Stati Uniti, hanno finanziato il progetto, che dopo anni di preparativi dovrebbe prendere il via il 10 settembre al Centro di Ricerche Nucleari di Ginevra.
Qualcuno, tuttavia, teme che l'esperimento andrà ben oltre le aspettative, creando effettivamente un mini buco nero, che crescerà di dimensioni e potenza fino a risucchiare dentro di sé la terra, divorandola completamente nel giro di quattro anni. Gli scienziati di Ginevra ribattono che non c'è assolutamente nulla da temere: ci sono scarse possibilità che l'acceleratore formi un buco nero capace di porre una minaccia concreta al pianeta, dicono, perché la natura produce continuamente delle collisioni di energia più alte di quelle che saranno create artificialmente dall'acceleratore, per esempio quando i raggi cosmici colpiscono la terra. Esperimenti di questo tipo, inoltre, sono stati condotti per trent'anni, senza avere risucchiato nemmeno un pezzettino della terra né causato danni di qualsiasi genere.
Vero è che il nuovo acceleratore ha suscitato attenzioni e polemiche perché è il più grande mai costruito, con una circonferenza di 26 chilometri e la possibilità di lanciare particelle atomiche 11.245 volte al secondo prima di farle scontrare una contro l'altra a una temperatura 100mila volte più alta di quella che esiste al centro del sole. La speranza è individuare, così facendo, le teoriche particelle chiamate bosoni di Higgs, giudicate responsabili di avere dato massa, ovvero peso, a ogni altra particella esistente. Ma gli scienziati ammettono che ci vorranno anni prima di arrivare eventualmente a un risultato del genere, per le difficoltà nel trovare particelle così infinitesimamente piccole nel caos primordiale post-Big Bang creato dentro l'acceleratore.
Abbiamo ancora dieci giorni per salvare la terra?, si chiede, con leggera ironia, il Sunday Telegraph. "I miei calcoli indicano che il rischio che un buco nero mangi il pianeta a causa dell'esperimento è serio", afferma il professor Otto Rossler, un chimico tedesco della Eberhard Karls University che ha presentato il ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani insieme ad alcuni colleghi. Replica James Gillies, portavoce del Centro Ricerche Nucleari di Ginevra: "Il ricorso non introduce nessun argomento che non sia già stato esaminato e respinto in passato, se questi esperimenti fossero rischiosi lo sapremmo già".
In ogni caso lo sapremo con certezza dopo il 10 settembre, se la Corte Europea, come sembra di capire, darà luce verde all'iniziativa: che non sarà la "fine del mondo", ma un po' di curiosità al di fuori dei confini della scienza, in questo modo, l'ha ottenuta.
[ENRICO FRANCESCHINI]
lunedì, aprile 02, 2007
Francia: aperto l'archivio segreto sugli Ufo
I dossier, oltre 400 su 1600, sono consultabili on line
PARIGI (FRANCIA) - Il mistero sull'esistenza degli ufo resta, ma, almeno, è stato svelato quello sul contenuto di uno dei principali archivi del mondo in materia, archivio che contiene moltissimi resoconti di presunti avvistamenti di oggetti volanti non identificati. La Francia è infatti diventata il primo Paese al mondo ad aver aperto al pubblico il suo archivio ufficiale che documenta gli avvistamenti di Ufo. Lo ha annunciato Jacques Patenet, il direttore del «Gruppo di studio e d'informazione sui fenomeni aerospaziali non identificati» presso il «Centro nazionale per gli studi spaziali» (il Cnes) di Parigi.
CORRIERE DELLA SERA - 23 marzo 2007
giovedì, febbraio 01, 2007
Gene memoria regola il sonno
ROMA, 1 FEB - Uno dei principali geni legati alla formazione dei ricordi e all'apprendimento potrebbe essere un regolatore della profondita' del sonno. Lo scoperta e' stata fatta da Chiara Cirelli e Guido Tononi,due studiosi italiani dell' universita' del Wisconsin. Secondo lo studio il gene Bdnf regola il bisogno di dormire in quanto solo dormendo le nuove conoscenze potranno essere fissate nella memoria o perse se il cervello le giudica superflue.
[Notizia tratta da www.ansa.it]
giovedì, dicembre 21, 2006
Impossibile ripetere la stessa azione la colpa è del cervello "che improvvisa"
I risultati di una ricerca della Stanford University sui macachi
La pianificazione dei movimenti avviene sempre in modo diverso
Per quanto possiamo essere bravi ed allenati ad eseguire una mossa, questa non ci riuscirà ma nello stesso identico modo proprio perché il cervello non pianifica le azioni, anche se ripetute tante volte, sempre nello stesso modo. Questa "difficoltà", conclude lo studio - pubblicato sulla rivista Neuron - si traduce in un limite nell'esecuzione del movimento. Ecco perché nessun atleta professionista potrà mai eseguire lo stesso movimento vincente tutte le volte che vuole.
[Articolo del 20/12/2006 comparso su www.repubblica.it]
giovedì, settembre 21, 2006
Rapidissimo ed economico. Ecco il chip che parla con il laser,
Rivestito di una membrana innovativa, trasferirà dati ad alta velocità. E' in fase di studio negli Usa. Potrebbe essere lanciato nel 2010.
La novità consentirà inoltre ai progettisti di ridisegnare i computer e di posizionare i chip a minore distanza tra loro. La nuova tecnologia, che avrà costi molto bassi, potrà essere applicata ai grandi calcolatori ma anche ai pc domestici.
Anche le connessioni a internet saranno enormemente più performanti. Secondo il sito web del quotidiano californiano San José Mercury News, si potrebbero scaricare dati a 1 Gigabit al secondo, una velocità che consentirebbe di guardare contemporaneamente numerosi canali televisivi ad alta definizione o di scaricare in pochi minuti un film in qualità dvd.
"Si tratta di un settore che ha iniziato a svilupparsi con decisione solamente negli ultimi 18 mesi - dice Eli Yablonovitch, fisico all'Università della California di Los Angeles -. Ci saranno molte più comunicazioni ottiche nei computer di quanto si sia mai immaginato".
Per la commercializzazione dei nuovi chip, potrebbe essere necessario attendere fino al 2010. Le ricerche proseguono però a grande ritmo, non solo negli Stati Uniti ma anche in Giappone. L'azienda che riuscisse a lanciarli per prima sul mercato battendo sul tempo i concorrenti otterrebbe infatti un grande vantaggio competitivo e guadagni notevolissimi.
( La Repubblica - 19 settembre 2006)
mercoledì, settembre 20, 2006
L'attitudine del cervelletto nel percepire le stranezze
Il cervelletto, l'organo che si trova nel cervello e che tra l'altro controlla la precisione dei nostri movimenti, opera una vera e propria distinzione tra gli stimoli a cui siamo abituati ogni giorno - per esempio il rumore quotidiano del traffico della nostra città - e uno stimolo insolito, magari uno scoppio improvviso.
Lo studio, che è appena stato pubblicato sulla rivista online Brain, ha impegnato i ricercatori italiani per due anni. Gli scienziati, che hanno collaborato con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e l'IRCCS Medea di Udine, hanno studiato alcuni pazienti che avevano riportato lesioni a un solo lato del cervelletto.
"La capacità di riconoscere gli stimoli abituali dai nuovi rappresenta una funzione fondamentale del sistema nervoso e coinvolge oltre ai comportamenti quotidiani anche quelli sociali ed affettivi", spiegano gli autori dello studio. "Basti pensare che se siamo rilassati in una campagna, ascoltando il cinguettio degli uccelli, il transito inatteso di un treno ci fa trasalire, ma se viviamo in prossimità di una ferrovia non ci accorgiamo neanche più del passare dei convogli", ma magari è un altro rumore insolito a disturbare il nostro riposo. "Allo stesso modo- continuano gli studiosi- se siamo concentrati in un attività e veniamo toccati su una spalla possiamo sobbalzare; invece contatti più intensi, come quelli fra persone che viaggiano pigiate in uno stesso scompartimento, possono essere percepiti tanto attutiti da non farci interrompere la lettura o il sonno". E concludono: "A livello intuitivo siamo capaci con un solo sguardo di renderci conto che nel nostro solito gruppo di amici qualcosa non va".
Una scoperta, quindi, che ci racconta qualcosa in più su quali sono le fonti della nostra "sensibilità". Ma che, dal punto di vista strettamente scientifico e terapeutico, può aprire la strada a possibili cure per il trattamento dell'atassia, cioè la perdita della coordinazione muscolare, dell'autismo e dela schizofrenia.
(La Repubblica, 19 settembre 2006)
lunedì, settembre 18, 2006
Ecco il genio: una scintilla, tanto lavoro. Il talento è nulla senza applicazione.
Ad affermarlo è un libro, "The Cambdrige Handbook of Expertise and Expert Performance" (Il manuale di Cambridge della perizia e della prestazione esperta), pubblicato in questi giorni dalla Cambridge University Press, di cui il settimanale britannico New Scientist riferisce con ampio risalto nel suo ultimo numero. La tesi è che le capacità che in alcuni casi definiamo talento o addirittura genio non sono il frutto di un dono della natura con cui veniamo al mondo, bensì il risultato di una combinazione di abilità innata, istruzione di alto livello e una montagna di lavoro.
In sostanza lo studio della Cambridge University, mescolando psicologia e scienza cognitiva, ci dice di lasciar perdere l'idea che il genio, il talento o altre qualità innate creino le grandi menti della scienza e delle arti creative, le grandi scoperte e le grandi opere del pensiero o dell'arte o le grandi prestazioni dello sport: è invece una miscela di talento innato, studio e applicazione a produrre prestazioni record. Un motto variamente attribuito a Ernest Hemingway (per il campo umanistico) o a Thomas Edison (per quello scientifico) sosteneva che il genio è 1 per cento inspiration (ispirazione creativa) e 99 per cento perspiration (traspirazione, sudore, fatica). Sulla base del libro di Cambridge, il New Scientist aggiorna così la "formula della genialità": 1 per cento di ispirazione, 29 per cento di buone scuole, 70 per cento di lavoro.
La ricerca suggerisce in proposito una sorta di "regola dei 10 anni": per quanto sia solido il talento innato, occorrono almeno dieci anni di pratica, di lavoro serio ed intenso, per raggiungere la grandezza. Un'analisi su 120 atleti, attori, artisti, matematici e scienziati, condotta dal celebre psicologo Benjamin Bloom della University of Chicago, rivela per esempio che ogni singola persona esaminata ha impiegato almeno un decennio di studio ed esercizio prima di ottenere riconoscimenti internazionali. In più, solitamente, ognuno che ce l'ha fatta ha avuto un mentore, una figura chiave che lo ha aiutato e incoraggiato lungo il percorso.
La Cambridge University cita casi famosi: Mozart suonava il violino a 3 anni e componeva sinfonie a 7, ma solo nella tarda adolescenza ha prodotto la musica che lo ha reso un gigante; Einstein era uno scolaro mediocre e svogliato, solo quando si è applicato rigorosamente al campo che lo appassionava, e per cui era dotato, è esploso; Tiger Woods ha imparato a usare la mazza da golf prima che a camminare, ma è stato l'inflessibile allenamento a farne il migliore di tutti (lo stesso si può dire di Pete Sampras o Michael Jordan).
Tra i fortunati individui che nascono con una dose di talento in qualcosa, insomma, sono la qualità dello studio e l'intensità della pratica a fare la differenza: per cui uno diventa un genio e un altro solo un buon esecutore. "Scusi, da qui come si arriva alla Carnegie Hall?", tempio della musica classica a New York, era una vecchia battuta dei conservatori americani. E l'ironica risposta era: "Con tanta pratica".
ENRICO FRANCESCHINI
(La Repubblica - 18 settembre 2006)
domenica, settembre 17, 2006
Dimmi che musica ascolti, ti dirò chi sei
Finora il guppo di ricercatori di North ha esaminato 10.000 persone che hanno risposto, da tutto il mondo, a un questionario on line che assieme alla scelta fra 50 stili musicali richiede un ampia messe di notizie sugli stili di vita, credenze religiose, opinioni politiche, capacità economica, educazione, lavoro, salute, media preferiti, attività di tempo libero ecc.
Dai primi risultati emergerebbe, per esempio, che i fan dell'hip-hop e della dance music abbiano avuto più di un partner sessuale negli ultimi cinque anni con una frequenza rispettivamente del 37,5 e del 28,7 per cento, contro l'1,5 per cento dei cultori di musica country. Essi inoltre sarebbero in media meno religiosi, poco propensi al riciclaggio, allo sviluppo delle energie alternative, e a tollerare aumenti di tasse pur di preservare i servizi sociali e il servizio sanitario pubblico. Sarebbero peraltro meno restii a infrangere la legge: ha ammesso di averlo fatto il 56,9% e il 53,1% dei membri dei primi due gruppi contro, per esempio, il 17,9% di quanti prediligono i musical. In compenso, un quarto di quanti amano la musica classica ha fumato mariuana e il 12,3 per cento dei patiti dell�opera lirica ha assunto funghi allucinogeni.
venerdì, settembre 08, 2006
Donne e uomini diversi nel cervello
Il ragionamento che fa la differenza
Che di fronte a compiti di tipo linguistico o visuale gli uomini e le donne, pur raggiungendo gli stessi risultati nello stesso tempo, ragionassero in modo diverso, molti studi lo provano, ma finora non era mai stato appurato che veramente usino parti diverse del cervello.
Con la risonanza magnetica per immagini al Kennedy Krieger Institute di Baltimora (Usa) gli scienziati hanno analizzato il cervello di 30 bambini, maschi e femmine, mentre eseguivano compiti molto semplici. Uno riguardava l’elaborazione verbale e consisteva nel riconoscere, in una sequenza di parole che scorrevano, quali erano in rima. Mentre nell’altro, di tipo visuale, i volontari dovevano individuare alcune linee gialle in mezzo a tante blu e segnalare quando erano allineate.
Lato destro o sinistro?
Quello che è emerso per i ricercatori è molto interessante: quando pensano le parole le donne usano il giro frontale inferiore bilateralmente mentre gli uomini usano di più la sola parte sinistra. Nell'interpretare informazioni visuali, invece, gli uomini usano entrambi i lobi parietali e le donne di più il lobo di destra.
Oltre a servire per l’eventuale cura di alcuni disturbi mentali in maniera differenziata tra uomini e donne, lo studio potrebbe aiutare gli scienziati anche a capire dove e perché nascono le diverse propensioni (per esempio per la matematica o l’arte) nei bambini e nelle bambine.
giovedì, settembre 07, 2006
Cervo volante, pericolo costante
mercoledì, settembre 06, 2006
Déjà - vu
I déjà vu sono un fenomeno difficile da spiegare dal punto di vista scientifico. Ci sta riuscendo un gruppo di ricercatori inglesi dell'Università di Leeds con il progetto Cognitive Feelings Framework ideato da Chris Moulin, neuropsicologo cognitivo, da anni impegnato negli studi sulla memoria e sull'Alzheimer.
Questo il colloquio intercorso tra la giornalista Carlotta Magnanini e il Dottor Chris Moulin.
Dottor Moulin, come si spiegano i déjà vu?
Da studi effettuati su pazienti epilettici, possiamo affermare che i déjà vu hanno origine nei lobi temporali del cervello e sono causati dallo scontro tra due processi opposti: le sensazioni, quel qualcosa che percepiamo come già vissuto, e la conoscenza oggettiva, cioè il fatto di aver già vissuto quel qualcosa nella realtà.
In cosa consiste il vostro progetto?
Vogliamo individuare una struttura come il Cognitive Feelings Framework: è il primo passo per spiegare l'interazione causale tra certe indefinibili sensazioni soggettive e determinati stati di coscienza associati alla memoria. In particolare a noi interessa individuare e studiare non tanto cosa la gente ricorda e dimentica, ma che effetto fa ricordare o dimenticare. Io le chiamo "sensazioni cognitive" per differenziarle dalle "emozioni".
Voi parlate di déjà vu come di una malattia cronica?
Lavoravo in un istituto clinico a Bath e un giorno un uomo entrò nel mio studio, diceva di avere continue sensazioni di déjà vu. Non una ogni tanto, ma perennemente 24 ore su 24. Non poteva andare in nessun posto, vedere gente, leggere un libro senza avere la certezza di averlo già fatto, conosciuto, letto. Tutta la sua vita era un film già visto. Ho capito di trovarmi di fronte ad una testimonianza eccezionale, ma non unica: come lui dovevano per forza esistere altri casi al mondo, bisognava solo trovarli. Così ho cominciato a studiare i normali déjà vu, quelli che tutti più o meno conosciamo nella vita di tutti i giorni.
Cosa è emerso dai suoi studi fino ad oggi?
L'elemento più interessante è l'esistenza di due sistemi, due sfere dell'attività cerebrale nettamente separate fra di loro: quella delle sensazioni e quella della conoscenza vera e propria.
Fonte "L'espresso" 31 agosto 2006
lunedì, settembre 04, 2006
Il mistero di quella pioggia rossa. E se arrivasse da mondi lontani?
E' caduta a Kerala, in India, nel 2001 e qualche settimana fa. Nei suoi globuli non c'è il Dna. E spunta l'ipotesi extraterrestre
"Non abbiamo mai visto nulla del genere prima d'ora"di LUIGI BIGNAMI
Il mistero risiede nei globuli rossastri che compongono la pioggia. Essi hanno un diametro di circa 10 micron, poco più grandi di un globulo rosso che è di 7 micron. Louis sostiene di aver osservato 15 piccole cellule fuoriuscire da una cellula madre dando origine ad un chiaro processo di moltiplicazione. Ma questo fenomeno, per quanto avviene negli organismi terrestri, necessita della presenza di Dna. E qui sta il mistero o se si vuole il problema da risolvere. Louis infatti, non è riuscito a trovare il Dna. Per questo ha inviato il materiale ad altre università più attrezzate in questo tipo di ricerca. Spiega Chandra Wickramasinghe, della Cardiff University, che sta studiando il materiale di Kerala: "Non abbiamo mai visto nulla del genere prima d'ora. Non ci sono dubbi che questi globuli sono composti da idrogeno, silicio, ossigeno, carbonio e alluminio. Possiedono pareti molto spesse così che è difficile entrarvi o estrarre il materiale che vi è all'interno. Le analisi che abbiamo eseguito con il Dapi (la sostanza utilizzata dai biologi per mettere in luce la presenza di Dna all'interno delle cellule viventi) ha dato risultati contrastanti".
Nonostante le ricerche fin qui condotte, non si riesce a capire cosa produca il colore rosso ai globuli in questione. I ricercatori vorrebbero rompere le pareti delle cellule per studiare ciò che vi è all'interno, ma l'operazione risulta estremamente complessa perché le pareti sono molto spesse e risulta difficile romperle senza disperdere il contenuto. "Forse - ostiene Louis- le pareti spesse servono a quegli organismi per sopravvivere nello spazio, al di fuori dell'atmosfera terrestre".
Il ricercatore indiano infatti, ipotizza che la pioggia rossa sia composta da organismi di origine extraterrestre giunti fin sulla Terra. Spiega Louis: "La caduta di materiale extraterrestre sulla Terra può essere spiegato se si ipotizza che all'origine della pioggia vi sia stata una piccola cometa che si è scontrata con il nostro pianeta, i cui frammenti sono precipitati nell'atmosfera terrestre proprio sopra Kerala". A sostegno di questa ipotesi vi è il fatto che poco prima della pioggia rossa del 2001 vennero udite delle esplosioni del tutto simili a quelle che producono le meteoriti quando esplodono nell'atmosfera. Se l'ipotesi dovesse trovare conferma, secondo Louis, il corpo cometario che incrociò la Terra avrebbe dovuto possedere al suo interno almeno 50.000 chilogrammi di tale materiale. Alcune settimane or sono la pioggia rossa è tornata su Kerala.
La ripetizione del fenomeno è spiegabile con l'ipotesi extraterrestre? "Si - ostiene Louis- perché è possibile che dopo 5 anni la Terra sia entrata nell'orbita della cometa che impattò con il nostro pianeta nel 2001". Un po' quel che succede quando in agosto si hanno le stelle cadenti. Ma possibile che la pioggia cada solo su Kerala? "Sono abbastanza sicuro che essa sia caduta anche da altre parti, ma nessuno ci ha fatto caso", continua il ricercatore.
Cosa pensano altri scienziati sull'ipotesi extraterrestre della pioggia rossa? Secondo David Lloyd, direttore della Cardiff University, i "globuli rossi" potrebbe essere una forma di vita ancora in parte sconosciuta, ma del tutto terrestre che si è sviluppata nelle nubi sopra Kerala. Ma possibile che sia caduta solo nel 2001 e nel 2006? "A questo non so rispondere", replica Lloyd. Conclude Louis: "Il primo ad essere scettico sull'ipotesi dell'ipotesi extraterrestre delle piogge rosse sono io stesso, tuttavia al momento rimane la spiegazione più semplice e ovvia e corroborata da un insieme di prove. Sarò il primo a ritrattarla, tuttavia, se qualcuno dimostrerà che quelle particelle hanno un'altra origine". La sfida, per trovare la soluzione ad uno dei più affascinanti e misteriosi fenomeni degli ultimi anni, è lanciata.
(1 settembre 2006)
Fonte: La Repubblica
sabato, settembre 02, 2006
Suonare con il cuore
"Suonare con il cuore", probabilmente mai metafora fu più azzeccata, ma questa volta l'interpretazione musicale non c'entra. Uno studio di medici inglesi ed italiani pubblicato sulla prestigiosa rivista Heart, ha scoperto che la musica influenza il battito cardiaco e la frequenza respiratoria. L'effetto è particolarmente accentuato nei musicisti.
Si è scoperto che la frequenza del battito di ogni persona varia in funzione del ritmo della musica ascoltata, in modo direttamente proporzionale: un ritmo incalzante e veloce fa accelerare anche il battito cardiaco e la respirazione, mentre i brani lenti hanno l'effetto contrario, causando un rallentamento del battito e della frequenza respiratoria.
Il Dott. Peter Sleight dell’Università di Oxford è arrivato a queste conclusioni studiando 24 pazienti sani con diversa cultura musicale, abitudine all'ascolto e preferenza individuale. Al campione è stata fatta ascoltare musica di vario genere che contenesse specifici fattori musicali come tempo, ritmo, pause e struttura melodica. Si è così evidenziato che la relazione tra i battiti della musica e i parametri cardiovascolari e respiratori è più evidente nei musicisti, in quanto le persone con attitudine musicale tendono a sincronizzare il respiro con il ritmo. In ogni caso, l'alternanza tra lo stato di eccitazione e di rilassamento delle funzioni cardiache indotte dalla musica, porterebbe a chiunque dei benefici. Secondo il Dott. Sleight, oltre ad avere un uso clinico nell'alleviare lo stress, la musica potrebbe migliorare anche le prestazioni degli atleti o la mobilità di pazienti con danni neurologici.
venerdì, settembre 01, 2006
HyperSonic Sound: la musica nel cervello
HyperSonic Sound è il nome di una invenzione americana che forse rivoluzionerà il modo in cui fruiremo della musica in futuro: non più dalle orecchie, ma direttamente nel cervello.Chi si immagina chissà quale diavoleria tecnologica in sostituzione degli altoparlanti, rimarrà un pò deluso nel vedere una semplice piastra di alluminio quadrata che, a detta del suo inventore, l'americano Elwood "Woody", trasporta le onde sonore in modo selettivo direttamente al cervello dell'ascoltatore, senza passare per il suo apparato auricolare.In pratica, il segnale audio proveniente dalla sorgente sonora viene dapprima convertito in uno spettro di frequenze superiori a quelle udibili dall'orecchio umano, per poi essere inviato direttamente al cervello che le interpreta restituendoci il risultato. L'invenzione ha ricevuto il primo premio dalla giuria del Lemelson-MIT Prize, prestigiosa associazione internazionale e ha stimolato l'interesse dell'industria di apparecchi audio interessati ai possibili utilizzi in auto, a casa, nei musei e negli spazi pubblici.Certo che se un approccio diretto e intimo al mondo dei suoni si mostrasse efficace, rivoluzionerebbe completamente lo stesso concetto di ascolto (la parola ascoltare deriva dal latino auscultare, cioè sentire con l’orecchio) responsabile per millenni della sopravvivenza, della comunicazione, delle emozioni e della stessa evoluzione dell'uomo.